Articoli correlati ‘wittgenstein’

Vendola batte PD 2 a 0

9 febbraio 2010

L’inquietante campagna del Partito Democratico per le regionali, costruita da quelli di Proforma che si sono guadagnati fama e onori in Puglia, in rete sta raccogliendo molte diffidenze (molte)

Così Luca Sofri sulla campagna del PD per le regionali. Oggi dal blog di Nichi Vendola scopriamo che la stessa agenzia ha ideato anche la campagna per il candidato governatore pugliese.

Dopo la valanga di voti alle primarie, il governatore della Puglia sembra sbaragliare il PD anche nella campagna elettorale.

Insomma Vendola batte PD 2 a 0. E non è solo una mia impressione.

Libertà di espressione (arbitrale)

3 febbraio 2010

Non posso che solidalizzare, da ex collega, con il gestore di arbitri.com, convocato dalla procura arbitrale per aver gestito senza autorizzazione il sito, grazie al quale garantirebbe e promuoverebbe l’anonimato tra gli arbitri, in poche parole la libertà di espressione…
Via wittgenstein, da cui traggo anche questo commento (in cui ritrovo molti miei ricordi)…

La maggior parte di noi ha arbitrato al massimo in Eccellenza (credo) e qualcuno forse non l’ha nemmeno vista di straforo; ci alziamo la domenica mattina alle 6.15 per essere alle 8 in un campo fangoso a dirigere una allievi provinciali, con i genitori che ci urlano nella migliore delle ipotesi, che siamo dei figli di troia….
Andiamo ad arbitrare con la febbre perché il presidente non ha nessuno da mandare; ci facciamo 100 km tra andata e ritorno per partecipare alla riunioni sezionali dove in un’ora e mezza ti dicono le stesse cose da vent’anni a questa parte pero’ ci piace perché rivediamo colleghi che vediamo raramente.
Aspettiamo mesi (se non anni) per 25 euro che non coprono nemmeno l’usura delle gomme per arrivare al campo; riceviamo per 3 anni di seguito una divisa dello stesso colore e della stessa foggia, con il cui tessuto forse a malapena si ricavano straccetti per pulire gli occhiali. Dobbiamo comperarci scarpe da calcio e da calcetto, borse, tute, sottomaglie e forse dobbiamo sentirci dire, a -5°C, che non possiamo mettere gli scaldamuscoli, il copri collo o i guanti perché “non sta bene”.
Sacrifichiamo anni della nostra vita perché ci piace. Non facciamo tardi il giorno prima della gara, quando i nostri amici sono in discoteca a divertirsi e a bere qualche bicchiere, ci tagliamo regolarmente i capelli e la barba per fare anche piacere ai nostri superiori. Magari abbiamo rinunciato anche ad andare in vacanza perché c’era il raduno o perché dovevamo allenarci per poi ricevere magari a fine anno un “grazie ma non ce l’hai fatta” e come nel mio caso continui ad arbitrare dopo 20 anni con lo stesso entusiasmo di quando arbitravi una gara di cartello di eccellenza,una gara di centroclassifica di giovanissimi provinciali, e sei contento quando tutti alla fine ti fanno i complimenti.

L’irrilevanza della mafia

5 dicembre 2009

Al Giornale sostengono che la mafia vota centrosinistra. Dati i risultati del centrosinistra in Sicilia, è una notizia rassicurante sull’irrilevanza della mafia.

Da Wittgenstein.

Le scarpe adatte

17 settembre 2009

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Dal New Yorker, via wittgenstein.

Può succedere oggi…

18 luglio 2009

Può succedere oggi, nelle grandi città, che i vigili vengano spinti a fare il viso dell’arme contro i disgraziati…

Adriano Sofri sul Foglio del 18 luglio 2009 (via Wittgenstein).

Copioni!

16 luglio 2009

Al Gazzettino ci copiano la linea editoriale (da wittgenstein)…

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Controlli a campione.

20 marzo 2009

Da Marcello ho intuito che le Ferrovie Nord milanesi non brillano certo per efficienza.

Ora scopro che per controllare i biglietti si fanno aiutare dai poliziotti…

DEL FATTO CHE SIAMO IN UN REGIME MILITARE, E NESSUNO DICE NIENTE
anche a volersi coprire gli occhi con le fette di salame, fare finta di niente,  dirsi che è tutto normale, non si può negare la realtà: la realtà è che in questa nazione, negli ultimi mesi, si sta sprofondando sempre più in un regime di polizia. tra soldati dell’esercito che passano il tempo a fumare in piazza, ronde padane e non che vigilano sui vostri sonni, poliziotti che non hanno soldi per mettere la benzina nell’alfettone, e medici che volendo possono denunciare stranieri senza permesso di soggiorno che si fanno curare (col risultato che un medico su mille denuncerà, ma uno straniero su due eviterà di farsi curare).
ieri pomeriggio, treno che passa alle 16.52 da merone, direzione milano cadorna. ferrovie nord milano: un nome, una garanzia. si aprono le porte del vagone, e spuntano due poliziotti. con me, dalla stessa porta, entrano due ragazzi di colore, più un ragazzo, mulatto, con zaino in spalla. i due poliziotti, sulla porta, chiedono ai due ragazzi se hanno il biglietto, loro gli dicono di no, e i poliziotti allora fanno “ma cosa cazzo salite a fare, allora. state giù. dove cazzo volete andare se non avete il biglietto?”. nel frattempo, anche al ragazzo con lo zainetto, dall’altro poliziotto, viene controllato il biglietto, fronte e retro. io, che salgo di fianco a loro, vestito in giacca e cravatta, non vengo controllato. subito dopo, mentre mi siedo, e dico al ragazzo mulatto, mortificato per la scena, “dimmi te dove cazzo viviamo”, i due poliziotti iniziano a passeggiare. avanti e indietro per il vagone, e chiedono i documenti d’identità a due immigrati: parlottano con loro, fanno controlli, chiamano la centrale per le verifiche di rito. e, ad ogni fermata, si avvicinano alla porta, per controllare chi sale, e casualmente, chiedono sempre, solo ed esclusivamente alle persone che all’apparenza sembrano straniere, di mostrare un titolo di viaggio valido.
io, nonostante abbia il pc acceso, non sto lavorando, ma continuo a fissarli, per capire cosa diavolo sta succedendo. ad ogni fermata, continuano a passeggiare per i vagoni, e chiedono sempre di mostrare il biglietto alle persone straniere, non chiedono solo se ce l’hanno, vogliono vederlo, lo scrutano attentamente, controllano sul retro che sia vidimato.
quando arriva il controllore, un controllore donna, le chiedo come sia possibile che i poliziotti controllino i biglietti alla gente. lo faccio a voce alta. il controllore mi spiega che è un normale servizio di controllo, sul treno, da parte della polizia di stato, ed io gli obietto che possono tranquillamente fare il loro servizio di controllo, i poliziotti, ma che non è un loro diritto controllare il biglietto, che quello è il suo lavoro, non è il lavoro della polizia, e che se il poliziotto avesse chiesto a me il biglietto, mi sarei rifiutato di mostrarlo. la signorina riprova ad obiettare che è un loro diritto controllare che i passeggeri abbiano il biglietto, ma nel momento in cui le replico “non credo proprio che i poliziotti abbiano il diritto di controllare i biglietti, non è il loro compito”, il controllore, che capisce di non avere proprio tutte le ragioni di questo mondo, mi dice “deve chiederlo a loro, perché controllano i biglietti”, lavandosene le mani.
“loro”, intanto, avendomi sentito parlare ad alta voce, si affacciano nel vagone, e chiedono se “il signore avesse da lamentarsi di qualcosa”. mi giro verso di loro, e gli dico “mi stavo chiedendo per quale motivo controlliate i biglietti, dato che quello non è il vostro compito, ma è il compito del controllore”, e lui replica che “a seguito di lamentele a proposito di cittadini italiani e stranieri che viaggiano senza biglietto, loro stavano effettuando questo controllo”. il colpo di genio del poliziotto, all’ennesima mia replica sul fatto che loro non avessero nessun diritto per controllare i biglietti del treno, è stato rispondermi che “noi non controlliamo i biglietti. il controllore, controlla i biglietti. noi, li osserviamo. OS SER VA RE. noi li osserviamo e basta. ma se lei ha il biglietto in regola, non ha niente di cui preoccuparsi”. ho riguardato in faccia il controllore, mentre i poliziotti continuavano ad osservarmi, e le ho detto “guardi che loro non possono controllare il biglietto. e lei lo sa bene. e non lo osservavano, ma controllavano fronte e retro. e stanno controllando il biglietto solo a quelli di colore. e infine, ultima cosa, non stanno facendo salire sul treno la gente senza biglietto: se io sono senza biglietto, fino a prova contraria, sulle ferrovie nord, posso fare il biglietto sul treno, con un sovrapprezzo. i due poliziotti non hanno il diritto di fare i buttafuori all’entrata, soprattutto con le persone che individuano loro. ma han fatto così per tutto il viaggio”.
la cosa più triste, mentre la signorina mi guardava con uno sguardo tra il rassegnato e l’indifferente, i poliziotti tornavano nell’altro vagone per la loro ronda “paga biglietto”, è che, delle altre persone sul treno, nessuno ha detto niente, per appoggiare il mio discorso. solo un ragazzo di colore, alla fine, mi ha sorriso. ma a me non importava, ero incazzato nero, anche perché sapevo che i controllori (e così è stato), le altre volte che han continuato il loro giro (ma hanno smesso di chiedere i biglietti), se non mi han chiesto i documenti, per effettuare un controllo, era solo perché ero su quel treno in giacca e cravatta, e con un pc. se fossi stato vestito in “borghese”, come mi vesto al di là dell’orario lavorativo, sicuramente, in qualche modo, me l’avrebbero fatto pagare, quell’atto di “ribellione”.
se non altro, ora so che la polizia di stato, per risolvere i problemi dovuti ai tagli dei fondi a loro destinati, si muovono con le ferrovie nord: quindi, se avete bisogno di un poliziotto, vedete di farvi rapinare, o violentare, in un paese dotato di stazione ferroviaria e, trattandosi di ferrovie nord, almeno dieci minuti di ritardo, metteteli in conto.
adesso, com’è ovvio, anche se so che non serve a niente, questo post, viene spedito alle ferrovie nord, per protestare.

Via wittgenstein links.

titoli sparati

15 marzo 2009

Dalla Gazzetta dello Sport, via Wittgenstein:

(14 marzo 2009) Gazzetta dello Sport
La 13enne sfregiata e quei titoli sparati

Il 29 settembre 2005, giornali, siti web e tg riferirono di una ragazzina di 13 anni di Biella che era stata aggredita dai compagni e sfregiata con una svastica incisa sulla pelle. Due anni dopo, la stessa ragazza, che viveva con la madre marocchina, aveva denunciato un’ altra aggressione da parte degli stessi compagni. Due settimane fa, una sentenza del tribunale ha stabilito che nel secondo caso la ragazza si era inventata la storia. Pare ci siano forti dubbi anche sul primo episodio. È naturale che una simile denuncia sia una notizia, e non si poteva chiedere ai giornali di sapere allora che fosse falsa. Ma forse fare titoli con formule dubitative o di semplice presunzione dell’ acca- duto, piuttosto che Sfregiata con una svastica, aiuterebbe a non dover essere poi smentiti (facendo un pessimo servizio al rispetto e alla difesa delle ragazze maltrattate). Il sito di Repubblica mercoledì ha titolato così un aumento della percentuale di donne tra i responsabili di reati automobilistici: Piratesse della strada: boom di casi in Italia. Il boom, spiegava l’ articolo, consisteva in un aumento dall’ 8,5% al 9%, mezzo punto. Sull’ approssimazione dei giornali rispetto alla storia dei romeni accusati di stupro a Roma e sulle leggerezze a proposito di dati scientifici e Dna, non basterebbe lo spazio di questa pagina. Quindi mi limito a segnalarvi che questa settimana i quotidiani hanno spiegato che il Premio Strega viene assegnato mediante trattative e giochi di potere tra editori e giurati. Spero di non avervi rovinato il weekend.

Cose sfuggite

5 marzo 2009

Scusate, vedo solo ora…

Televideo, due minuti fa:

Tifosi della Juve di giorno, rapinatori la notte
La domenica erano ultrà che andavano allo stadio, durante la settimana erano rapinatori

A parte che non si vede tutta questa contraddizione tra le due passioni, ma la cosa notevole è l’implicazione che quello di ultrà sia il ruolo prevalente e quello di rapinatori un hobby accessorio.

Wittgenstein, il 3 marzo

Demagogia, paura e carcerazione preventiva

27 gennaio 2009

Posso anche capire la tentazione del Partito Democratico: rendere pan per focaccia alla destra che prima e più spregiudicatamente di Veltroni cavalcò la paura amplificata dai mass media. Purtroppo le prime reazioni vanno in questo senso, con i giornali pronti a saltarci nuovamente in groppa tanto per mettere sotto pressione la giunta Alemanno e il ministro Maroni. Voglio dire agli esponenti del Pd che subiscono tale riflesso automatico, e di nuovo s’illudono di poter cavalcare gli umori di un popolo disorientato, che commetteno un errore politico, oltre che morale. Perchè non è inseguendo la destra nell’irrazionalità che troveranno la loro rivincita. La destra li sconfiggerà sempre, escogitando un “di più” demagogico nella politicizzazione delle ansie che non trovano mai risposta.

Gad Lerner commenta così le reazioni d’istinto ai recenti stupri romani da parte del PD.

Non poteva dirlo meglio. Come si dovrebbe avere il coraggio di dire, anche se impopolare, che se non sussitono le motivazioni della custodia preventiva non vi è alcuna ragione per cui una persona, anche reo-confessa, ma non ancora giudicata, debba stare in carcere.

Lo dice, ancora una volta meglio di me, Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera, via wittgenstein:

È crudele che la politica inganni l’opinione pubblica alimentando nei cittadini l’equivoco alla base delle polemiche sugli arresti domiciliari chiesti dalla Procura di Roma per il violentatore di una ragazza a Capodanno, come se costui l’avesse fatta franca per il solo fatto di essere oggi agli arresti a casa invece che in carcere.

Nell’ordinamento vigente, infatti, la custodia cautelare non è affatto l’anticipazione del futuro «castigo» che il «colpevole » meriterà per il delitto commesso, non è un antipasto della punizione, non è il modo di risarcire la parte lesa per il male patito e la collettività per l’infrazione alle regole. La punizione per il dolore arrecato alla vittima, la pena equa per il delitto commesso, la sanzione che potrà disattendere le giustificazioni «buoniste» abbozzate dall’indagato (ero drogato, non ero in me, sono pentito), vanno chieste alla sentenza del processo, non adesso, alla carcerazione del giovane. La custodia cautelare in carcere, invece, è solo uno strumento utilizzabile dai magistrati, per un limitato periodo di tempo e se ve ne sia motivo ricavato da specifici elementi, per tutelare la genuinità delle indagini dal pericolo di inquinamento delle prove, per neutralizzare il pericolo che l’indagato fugga, per contenere il rischio che ricommetta il reato.

Tre esigenze cautelari che, nel caso dell’indagato romano (reo confesso, incensurato, facilmente controllabile nell’abitazione dei genitori) il pm ha valutato soddisfatte già dagli arresti in casa in attesa del processo. Soluzione che, ad esempio, potrebbe invece non essere percorribile per un italiano con precedenti penali specifici; o per lo straniero sospettato di uno stupro, che potrebbe restare in carcere a motivo non di un discrimine etnico, ma dell’assenza di un domicilio certo che lascerebbe permanere il pericolo di irreperibilità e quindi di reiterazione del reato. Tutto ciò la politica sa benissimo, ma si guarda bene dallo spiegarlo ai cittadini. Anzi continua a smarrirli e disorientarli, per esempio alimentando l’illusione per cui, se «è la legge sbagliata», allora «la si cambierà» in modo che per reati gravi come lo stupro la carcerazione prima del processo «sia obbligatoria»: è una presa in giro, giacché chi la propone sa bene che la Consulta ha più volte rimarcato che contrasterebbe con i principi costituzionali qualunque norma che stabilisse per alcuni reati l’automatica applicazione della custodia cautelare in carcere, ribadendo invece che in base a quei principi deve essere sempre lasciato al giudice uno spazio di valutazione dell’indagato-concreto nel caso-concreto. Ma l’assurdità e al tempo stesso la contraddizione più clamorose arrivano da quella politica che, negli arresti domiciliari all’indagato per stupro, censura l’assenza di «pene esemplari senza pietà » (come da destra il ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna), o si duole che «così passi un messaggio di non gravità dello stupro» (come da sinistra la sua collega del Pd, il ministro-ombra Vittoria Franco).

Assurdo, perché il compito dei magistrati non è lanciare «messaggi» sui «fenomeni», e nemmeno produrre «esemplarità», ma giudicare singole persone in casi concreti. E contraddittorio, perché una magistratura che lanciasse «messaggi», o producesse «esempi», farebbe non il proprio lavoro ma supplenza della politica o della sociologia: cioè proprio quello che la politica critica, e a ragione, quando è la politica a subire quella «messaggistica» o quegli aneliti di «esemplarità» che talvolta affiorano nelle pieghe di provvedimenti giudiziari confusi, sovrabbondanti, sproporzionati. Più utile forse del rituale invio di ispettori ministeriali alla Procura di turno, forse sarebbe dare concretezza ai tante volte annunciati, e altrettante volte rimandati o tenuti a bagnomaria, interventi pratici per velocizzare la celebrazione dei processi. Anche nel caso dello stupro romano, infatti, è su questo terreno che si giudicherà davvero la capacità dello Stato di dare una reale risposta alla ragazza violentata: non sulla manciata in più o in meno di giorni in carcere preventivo per il suo violentatore adesso, ma sulla rapidità di approdare al dibattimento, di celebrarne con le ordinarie garanzie il giudizio, e di assicurare l’effettività della pena definitiva.

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