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Carlo Giovanardi si disseta
A Roma 232 parlamentari si sottopongono volontariamente al test antidroga. 1 risulta positivo, ma non si puo’ sapere chi sia (e quindi nessuna sanzione sarà possibile) perchè, secondo l’ineffabile Giovanardi:
“Non so chi sia, non so se sia senatore o deputato, uomo o donna. Il risultato del test è segreto”. Arrivare all’identità dell’onorevole – conclude – “è impossibile. I test sono infatti identificati con un codice conosciuto solo dalla persona che si è sottoposta all’esame. Il risultato può essere ritirato solo con una scheda in possesso dell’interessato”.
In Friuli i Carabinieri si recano alle 3 del mattino a casa di 27 giovani che stanno dormendo nelle loro case di Monfalcone, Ronchi dei Legionari, San Canzian d’Isonzo, Doberdò del Lago e Udine, con il mandato di invitarli a sottoporsi “volontariamente” ai test antidroga. Li prelevano e li portano al pronto soccorso dove solerti medici provvedono ai test. La chiamano prevenzione da quelle parti. I risultati? Sei persone sono state denunciate per cessione, ventuno sono state segnalate come consumatori alla prefettura, una modesta quantità di stupefacenti sequestrata.
Legge uguale per tutti? Non ci crede più nessuno.
Checchino Antonini è stato condannato (insieme al suo ex Direttore Piero Sansonetti) per diffamazione per un articolo su De Gennaro e i suoi voti ad alcuni funzionari coinvolti nelle violenze del g8. Sta girando quest’appello, a cui ho aderito da testimone di genova e consigliere di circoscrizione.
Checchino si è occupato, per primo, anche del Caso Aldrovandi. Ed è curiosamente proprio di questi giorni l’inconsueto intervento del Procuratore Capo di Ferrara che ha definito – intervenendo al processo bis sulle deviazioni delle indagini sulla morte di Federico – fogna mediatica l’attenzione dell’informazione libera sul caso del giovane ferrarese morto durante un controllo di Polizia. E’ bene chiarire, per chi passasse di qui per caso, che è forse solo grazie a quella “fogna mediatica” che siamo riusciti a capire meglio come è morto il povero Federico. Per fortuna oggi qualcuno se le è presa.
C’è chi dice che in questi anni si stia mettendo in serio dubbio il diritto a fare informazione ed essere informati. Sentenze come quella di Roma non aiutano certo a fugare le preoccupazioni per lo stato dell’informazione in un paese che secondo Reporters Sans Frontiers occupa il 49esimo posto della classifica mondiale della libertà di stampa. Per chiarirci meglio il prossimo anno l’Italia lotterà con Romania, Cipro (Nord), Mldive, Mauritius, Paraguay, Panama, Nuova Guinea, Burkina Faso, Haiti per restare fra i primi 50 stati.
L’ho fatta un po’ troppo lunga: ecco l’appello, aderite anche voi.
Martedì 10 febbraio, il tribunale di Roma ha condannato per diffamazione, a otto mesi, il cronista di Liberazione, Checchino Antonini, e il suo ex direttore, Piero Sansonetti. I fatti risalgono al 2005 quando l’allora capo della polizia, De Gennaro, attribuì ottimi voti, relativi al 2001, a due funzionari coinvolti nelle violenze di quell’anno al G8 di Genova. Gigi Malabarba, allora capogruppo al Senato di Rifondazione, denunciò quei criteri di valutazione e di selezione dei quadri di Ps ma fu a sua volta attaccato dalle dichiarazioni dei segretari di alcuni sindacati di polizia che facevano quadrato attorno al Viminale. Liberazione raccontò di quello scontro, tutto interno alla battaglia per verità e giustizia sui fatti di Genova. E per quel racconto si è trovata sulle spalle una denuncia, e poi una condanna. Dopo quasi dieci anni, guai a toccare Genova 2001. Checchino Antonini e Piero Sansonetti sono stati condannati per aver svolto il proprio lavoro come hanno sempre fatto, senza mai aver derogato alla propria serietà professionale. La solidarietà con i due cronisti ci sembra doverosa. Perché serve oggi a tenere aperti gli spazi per il conflitto sociale, per il diritto di cronaca, per tutte le battaglie di verità e giustizia in quello che il familiare di una vittima della strage di Brescia chiama il Paese dei comitati. Doverosa anche per non smettere mai di ricordare cosa è stato il G8 di Genova 2001, quali libertà fondamentali sono state lì violate e quali ragioni di libertà sono state gridate. Da tutti e da tutte noi. Per adesioni liberalacronaca@gmail.com
Martedì 10 febbraio, il tribunale di Roma ha condannato per diffamazione, a otto mesi, il cronista di Liberazione, Checchino Antonini, e il suo ex direttore, Piero Sansonetti. I fatti risalgono al 2005 quando l’allora capo della polizia, De Gennaro, attribuì ottimi voti, relativi al 2001, a due funzionari coinvolti nelle violenze di quell’anno al G8 di Genova. Gigi Malabarba, allora capogruppo al Senato di Rifondazione, denunciò quei criteri di valutazione e di selezione dei quadri di Ps ma fu a sua volta attaccato dalle dichiarazioni dei segretari di alcuni sindacati di polizia che facevano quadrato attorno al Viminale. Liberazione raccontò di quello scontro, tutto interno alla battaglia per verità e giustizia sui fatti di Genova. E per quel racconto si è trovata sulle spalle una denuncia, e poi una condanna. Dopo quasi dieci anni, guai a toccare Genova 2001.
Checchino Antonini e Piero Sansonetti sono stati condannati per aver svolto il proprio lavoro come hanno sempre fatto, senza mai aver derogato alla propria serietà professionale. La solidarietà con i due cronisti ci sembra doverosa. Perché serve oggi a tenere aperti gli spazi per il conflitto sociale, per il diritto di cronaca, per tutte le battaglie di verità e giustizia in quello che il familiare di una vittima della strage di Brescia chiama il Paese dei comitati. Doverosa anche per non smettere mai di ricordare cosa è stato il G8 di Genova 2001, quali libertà fondamentali sono state lì violate e quali ragioni di libertà sono state gridate. Da tutti e da tutte noi.
Per adesioni liberalacronaca@gmail.com
Non se ne sono accorti in tanti, a parte il Manifesto e Fuoriluogo. E’ successa una cosa “strana” a Monfalcone nei giorni scorsi. 27 giovani sono stati prelevati dalle loro case in piena notte e sottoposti da “volontari” a test antidroga. Risultato: sequestro di modiche quantità di droga, sei denunce per cessione e 21 segnalazioni alla prefettura per consumo. Questa è per i Tribunali dei Minori di Trieste e Gorizia un’attività di prevenzione demandata a degli esperti come i Carabinieri.
Non so perchè (e scusate se forse esagero) ma a me pare tanto lo stile caro ai Pinochet e ai Videla, con tutte le tragiche distinizioni del caso. Anche se stavolta non si è perseguitati per le proprie idee politiche, bensì per il fatto di essere consumatori di una qualsiasi sostanza (vietata). E non so sinceramente se sia in effetti un’attenuante o un’aggravante.
Giorgio Bignami sul blog di fuoriluogo.it commenta questa notizia, e quella altrettanto “strana” di cui ci ha dato notizia il Tirreno.
Dal Notiziario Droghe Aduc scopriamo la ricerca dell’Ebri, European Brain Research Institute di Roma, che mette in evidenza come alcuni neuroni eccitatori della corteccia cerebrale, in risposta alla loro attivita’ elettrica, sintetizzano e si auto-somministrano cannabinoidi endogeni, mettendosi letteralmente a dormire per diversi minuti.
Insomma siamo tutti autoproduttori e consumatori di cannabis.
Qui il commento della redazione dell’Aduc:
Si complica sempre più la guerra alla cannabis. Per giungere ad un mondo senza droga -obiettivo che si propone l’attuale strategia proibizionista- sarà necessario non solo continuare a punire chi la consuma, ma anche intervenire con farmaci o operazioni neurochirurgiche per impedire che il cervello la produca naturalmente. Si è scoperto infatti che siamo tutti produttori e consumatori di cannabis…
(via fuoriluogo.it)
Martedì 9 febbraio al Circolo ARCI MALE Club (V.Monte Sporno 18-zona CAMPUS a Parma) si terrà la preannunciata festa di solidarietà e vicinanza al Canapaio Ducale, appena condannato per istigazione al consumo di stupefacenti.
Il ricavato della serata verrà devoluto per le ingenti spese legali dei ricorsi ed appelli fatti e da fare.
Gli artisti che ad oggi hanno aderito alla serata e che suoneranno in consolle sono: Dj Skawalker; Castaparia Sound System; Radio Silvanetti Sound System; Pampanella Sond System.
INGRESSO AD OFFERTA LIBERA, CONSUMAZIONI AL BAR 5 euro.
Dal blog di fl.it
Avendola lanciata su Fuoriluogo.it ovviamente aderisco a questa catena di solidarietà con Luca Marola titolare del Canapaio Ducale di Parma condannato a 6 mesi per istigazione all’uso di sostanze stupefacenti. E mi sa che acquisterò pure la bandiera.
Luca Marola, titolare del Canapaio Ducale di piazzale Picelli a Parma è stato condannato in primo grado a 6 mesi e 300 euro di multa per istigazione all’uso di stupefacenti. La pena è sospesa e mentre gli avvocati stanno preparando l’appello è iniziata una catena di solidarietà con il Canapaio Ducale, da un lato per sostenere le ingenti spese legali sostenute finora (3.000 euro) e che ancora dovranno essere sostenute per i ricorsi e gli appelli, dall’altro per opporsi alla repressione avviata in questi ultimi anni nei confronti dei consumatori di sostanze, ed in particolare dei consumatori di marijuana.
L’inchiesta sul negozio era partita circa un anno fa su iniziativa avviata dalla Procura di Ferrara che prese di mira numerosi canapai italiani e negozi di smart drugs. Di questi pochi vennero rinviati a giudizio e molta merce sequestrata fu restituita a seguito dei ricorsi vinti dai proprietari dei negozi. Il procedimento fu poi assegnato alle procure locali.
Già da subito dopo la sentenza “gli abitanti di piazzale Picelli – come racconta Marola a Repubblica Parma – mi stanno dimostrando tutto il loro affetto, non appena s’è sparsa la voce della condanna si sono fatti avanti per esprimermi vicinanza”. Preoccupato dall’abuso di caffeina Marola ha detto basta: “a quel punto molti hanno iniziato a riempire il salvadanaio per le spese legali, che da giorni tengo in negozio”. Appoggio a Marola è ovviamente giunto dai clienti, molti dei quali “sono 60enni che vengono da me – dice a Repubblica – per comperare semplicemente semi di peperoncino o di pomodori”. Anche su internet è iniziata la campagna di solidarietà: sono centinaia i messaggi di sostegno su facebook.
Mercoledì 27 gennaio dalle 23 al Circolo ARCI MALE Club di Alberi è stata organizzata una serata di solidarietà e raccolta fondi per le spese legali nel processo che vede coinvolto il Canapaio Ducale di Parma. E’ una delle prime iniziative di solidarietà a cui molti artisti hanno dato la loro adesione. Chi volesse esprimere vicinanza lo può fare lasciando un contributo nel salvadanaio in Piazza Picelli a Parma o acquistando a 10 euro la bandiera parmigiana antiproibizionista (nella foto).
A Luca Marola e al Canapaio Ducale va la solidarietà di Fuoriluogo e Forum Droghe. Da queste pagine lanciamo anche una catena di solidarietà, con le consuete modalità:
A Pergine Valsugana, in provincia di Trento Coltivava marijuana, ma per le galline Denunciato un contadino di 82 anni. Il legale: non è un appassionato di droghe, si tratta di una vecchia usanza TRENTO – Coltivava marijuana nel suo orto, ma era destinata alle galline. Si è difeso così un contadino di 82 anni di Pergine Valsugana (Trento), denunciato e finito sotto processo. La difesa vuole dimostrare che l’anziano non è un appassionato di sostanze stupefacenti e che «coltivava le piante per dare da mangiare alle galline», usando la cannabis sativa (canapa), come si faceva una volta nelle valli trentine, sia come fibra al posto del cotone, sia come antiparassitario biologico, sia come mangime per gli animali da cortile. DISCIPLINA RIGIDA – Il caso – come riportano Corriere del Trentino e Adige – è problematico dal punto di vista penale perché vi è una rigida disciplina in materia, che non distingue tra chi coltiva cannabis per usi legati all’assunzione di stupefacenti e chi lo fa per motivi analoghi a quelli del contadino trentino o per scopi scientifici. A denunciare la presenza sospetta della pianta illegale coltivata vicino a insalata e pomodori è stato un vicino, che ha segnalato il caso alla Guardia di Finanza: dopo il sopralluogo il fatto è stato segnalato all’autorità giudiziaria.
A Pergine Valsugana, in provincia di Trento Coltivava marijuana, ma per le galline Denunciato un contadino di 82 anni. Il legale: non è un appassionato di droghe, si tratta di una vecchia usanza
TRENTO – Coltivava marijuana nel suo orto, ma era destinata alle galline. Si è difeso così un contadino di 82 anni di Pergine Valsugana (Trento), denunciato e finito sotto processo. La difesa vuole dimostrare che l’anziano non è un appassionato di sostanze stupefacenti e che «coltivava le piante per dare da mangiare alle galline», usando la cannabis sativa (canapa), come si faceva una volta nelle valli trentine, sia come fibra al posto del cotone, sia come antiparassitario biologico, sia come mangime per gli animali da cortile.
DISCIPLINA RIGIDA – Il caso – come riportano Corriere del Trentino e Adige – è problematico dal punto di vista penale perché vi è una rigida disciplina in materia, che non distingue tra chi coltiva cannabis per usi legati all’assunzione di stupefacenti e chi lo fa per motivi analoghi a quelli del contadino trentino o per scopi scientifici. A denunciare la presenza sospetta della pianta illegale coltivata vicino a insalata e pomodori è stato un vicino, che ha segnalato il caso alla Guardia di Finanza: dopo il sopralluogo il fatto è stato segnalato all’autorità giudiziaria.
Dal Corriere della Sera.
Ricevo e segnalo:
L’associazione dedicata ad Alberto di Mercuriali presenterà Venerdì 18 dicembre, alle ore 21,30, a Bologna presso Vag 61, il film documentario sulla vicenda che vede protagonista involontario questo giovane ragazzo, i suoi familiari, i suoi amici coetanei e i tanti altri amici che si sono riconosciuti nelle finalità e negli scopi associativi. Il film che verrà proiettato è stato realizzato dai forlivesi Lisa Tormena e Matteo Lolleti, recentemente insigniti del premio Ilaria Alpi 2009. Alla serata saranno presenti gli autori e Claudio Torrenzieri, dell’associazione “Amici di Alberto”. II titolo del film (“il giorno in cui la notte scese due volte “) trae ispirazione dal manifesto in memoria di Alberto e dalla prima spontanea aggregazione di gente comune attorno a questa vicenda.
Il 21 dicembre sarà il turno di Forlì.
Oggi l’udienza per l’opposizione alla richiesta di archiviazione per l’accusa di omicidio di Aldo Bianzino a opera di ignoti. Leggete l’articolo di Patti Cirino per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 10 dicembre 2009 e ascoltate la conferenza stampa per il presidio dell’ 11 dicembre davanti al tribunale (da radioradicale).
Per rimanere aggiornati visitate il blog del Comitato Verità per Aldo.
Articolo pubblicato da Terra il 21 novembre 2009 – scarica il pdf: pagina 10
Il Rototom Sunsplash, il più importante Festival Reggae europeo che si svolge da 16 anni a Osoppo (UD), è stato denunciato alla magistratura – nella persona del suo presidente Filippo Giunta – con l’accusa di “aver agevolato l’uso di sostanze stupefacenti”. I Carabinieri di Udine hanno così sfruttato una delle tante norme liberticide (l’art. 79) introdotte nella legislazione sulle droghe da Fini e Giovanardi, norma che prevede una pena dai 3 ai 10 anni di reclusione e un’ammenda fra i 3mila e i 10mila euro. Più o meno la stessa pena in vigore per lo stupro.
Non si tratta certo di un fulmine a ciel sereno. Da alcuni anni centinaia di agenti hanno blindato il festival. In 9 anni 340 persone sono state denunciate per spaccio (molte perché in possesso di minime quantità), mentre sono stati sequestrati circa 20 chili di marijuana contro soli 37 grammi di eroina. La sproporzione quantitativa (e qualitativa) fra le sostanze rende evidente come l’attacco al Rototom sia in effetti parte di un più vasto e complesso attacco miope e ideologico contro la marijuana avviato dal duo Giovanardi-Serpelloni. Attacco reso ancora più ridicolo dalla tesi dell’accusa per cui gli organizzatori agevolerebbero l’uso della marijuana poiché combattono efficacemente la diffusione di droghe pesanti.
In queste settimane intorno al Rototom si è però stretto il mondo musicale, sociale e politico, con numerose manifestazioni di solidarietà: Elisa, Almamegretta, Neffa, Sud Sound System, Vinicio Capossela, Subsonica, Giuliano Palma, Caparezza e Dario Vergassola fra gli artisti ma anche Moni Ovadia, Don Ciotti, Don Gallo, Giuliano Giuliani, Beppino Englaro, Guido Blumir, Luigi Manconi, Debora Serracchiani e Ignazio Marino (che ha dovuto pure subire la reprimenda ad personam dell’ineffabile Giovanardi) e infine i vignettisti Vauro e Altan. Questi sono solo alcuni dei nomi che appaiono sul sito del rototom (www.rototomsunsplash.com) dal quale si può seguire le iniziative di solidarietà – fra le quali anche “io agevolo” una raccolta di autodenunce fotografiche – culminate il 13 novembre scorso quando oltre duemila persone hanno invaso piazza Matteotti a Udine per una manifestazione-concerto in solidarietà con il Festival Reggae.
Purtroppo l’ipotesi più accreditata resta quella di un futuro lontano dall’Italia. “Speriamo non sia un addio, ma un arrivederci”, ha dichiarato alla stampa Alessandro Oria, portavoce del Sunsplash, che ha precisato che “l’ipotesi di un trasferimento a Barcellona resta in pole position”. Un vero peccato per una manifestazione che ha rappresentato negli anni un punto di riferimento per generazioni di giovani, appassionati di reggae ma non solo.
A difesa del Rototom Sunsplah, in solidarietà con gli organizzatori e per “dire basta a una politica delle droghe che riempie le carceri di tossicodipendenti e ingolfa i tribunali di decine di migliaia di processi per detenzione di sostanze stupefacenti irrogando condanne inique per spaccio presunto” Fuoriluogo.it sta promuovendo in queste ore un appello al quale è possibile aderire su www.fuoriluogo.it/rototom.
Leonardo Fiorentini Fuoriluogo.it
Il Rototom Sunsplash Festival di Osoppo è sotto attacco, accusato dall’autorità giudiziaria di “agevolazione all’uso di marijuana”. Questa criminalizzazione di un importante evento culturale si avvale, non a caso, di una delle norme più ideologiche e antigarantiste della legge Fini-Giovanardi. Fuoriluogo.it ha lanciato un appello a sostegno di Rototom e dei suoi organizzatori al quale ho aderito. Potete farlo anche voi on line sul blog di fuoriluogo.it.
Sul blog di fuoriluogo.it trovate anche l’articolo di Axel Klein sul Festival di quest’anno uscito oggi sul Manifesto per la rubrica settimana di Fuoriluogo.
Ecco il testo dell’appello:
Difendiamo il Rototom Sunsplah! Solidarietà a Filippo Giunta! Dopo 16 anni di un’esperienza di cultura unica, il festival reggae più grande d’Europa che si svolge a Osoppo nel mese di luglio, viene dipinto come un’associazione a delinquere il cui organizzatore, Filippo Giunta, sarebbe responsabile di agevolazione all’uso di marijuana. La cultura rasta che rappresenta una pezzo della storia anticolonialista e antirazzista viene caricaturizzata e disprezzata. Questa operazione di criminalizzazione è opera dei carabinieri di Udine che hanno utilizzato impropriamente una norma della legge Fini-Giovanardi: è una accusa inconsistente ma che mette a rischio la vita del festival. Siamo di fronte a un teorema che attacca la democrazia e i diritti fondamentali di libertà e di espressione. Il festival Rototom Sunsplash ha rappresentato un punto di incontro per centinaia di migliaia di giovani europei amanti della pace e della fraternità; la musica è uno strumento per affermare valori che si contrappongono alle logiche della violenza e della sopraffazione. Il Friuli si è dimostrato una terra di libertà nel solco del pensiero delle sue personalità più rappresentative, da Pier Paolo Pasolini a Padre Davide Turoldo e Loris Fortuna. Qualcuno vuole cancellare il pensiero laico e far tornare l’oscurantismo più bieco. Dobbiamo impedirlo! Chiediamo alla Magistratura di respingere un’operazione bieca nell’ispirazione e sgangherata dal punto di vista del diritto e di decidere immediatamente l’archiviazione di una indagine puramente ideologica e strumentale. La Giustizia è una cosa seria e deve alimentare la fiducia dei cittadini nello stato di diritto e nel rispetto delle regole. Una decisione diversa aumenterebbe la sfiducia, soprattutto dei giovani, nello Stato e nelle sue istituzioni. È ora di dire basta a una politica delle droghe che riempie le carceri di tossicodipendenti e ingolfa i tribunali di decine di migliaia di processi per detenzione di sostanze stupefacenti irrogando condanne inique per spaccio presunto! Primi firmatari: Hassan Bassi, Stefano Bertoletti, Giorgio Bignami, Gianluca Borghi, Giuseppe Bortone, Vanna Cerrato, Franco Corleone, Leonardo Fiorentini, Don Andrea Gallo, Marina Impallomeni, Axel Klein, Franco Marcomini, Fabio Scaltritti, Grazia Zuffa
Difendiamo il Rototom Sunsplah! Solidarietà a Filippo Giunta!
Dopo 16 anni di un’esperienza di cultura unica, il festival reggae più grande d’Europa che si svolge a Osoppo nel mese di luglio, viene dipinto come un’associazione a delinquere il cui organizzatore, Filippo Giunta, sarebbe responsabile di agevolazione all’uso di marijuana. La cultura rasta che rappresenta una pezzo della storia anticolonialista e antirazzista viene caricaturizzata e disprezzata. Questa operazione di criminalizzazione è opera dei carabinieri di Udine che hanno utilizzato impropriamente una norma della legge Fini-Giovanardi: è una accusa inconsistente ma che mette a rischio la vita del festival. Siamo di fronte a un teorema che attacca la democrazia e i diritti fondamentali di libertà e di espressione. Il festival Rototom Sunsplash ha rappresentato un punto di incontro per centinaia di migliaia di giovani europei amanti della pace e della fraternità; la musica è uno strumento per affermare valori che si contrappongono alle logiche della violenza e della sopraffazione. Il Friuli si è dimostrato una terra di libertà nel solco del pensiero delle sue personalità più rappresentative, da Pier Paolo Pasolini a Padre Davide Turoldo e Loris Fortuna. Qualcuno vuole cancellare il pensiero laico e far tornare l’oscurantismo più bieco. Dobbiamo impedirlo! Chiediamo alla Magistratura di respingere un’operazione bieca nell’ispirazione e sgangherata dal punto di vista del diritto e di decidere immediatamente l’archiviazione di una indagine puramente ideologica e strumentale. La Giustizia è una cosa seria e deve alimentare la fiducia dei cittadini nello stato di diritto e nel rispetto delle regole. Una decisione diversa aumenterebbe la sfiducia, soprattutto dei giovani, nello Stato e nelle sue istituzioni. È ora di dire basta a una politica delle droghe che riempie le carceri di tossicodipendenti e ingolfa i tribunali di decine di migliaia di processi per detenzione di sostanze stupefacenti irrogando condanne inique per spaccio presunto!
Primi firmatari: Hassan Bassi, Stefano Bertoletti, Giorgio Bignami, Gianluca Borghi, Giuseppe Bortone, Vanna Cerrato, Franco Corleone, Leonardo Fiorentini, Don Andrea Gallo, Marina Impallomeni, Axel Klein, Franco Marcomini, Fabio Scaltritti, Grazia Zuffa
Via fuoriluogo.it.
Una delle foto diffuse dalla famiglia di Stefano Cucchi
«Lo Stato mi deve spiegare come è morto mio fratello. E come è potuto accadere che né io né i miei genitori siamo riusciti a vederlo per sei giorni. E soprattutto perché ci è stato impedito di sapere per quale motivo era stato portato in ospedale. Quando l´ho visto era irriconoscibile».
Così la sorella di Stefano Cucchi, morto dopo una settimana di carcere per pochi grammi di fumo. Una vicenda che assomiglia troppo a quella di Federico Aldrovandi. O di Aldo Bianzino. E di tutti gli altri dei quali ci siamo dimenticati, o non ci siamo accorti, magari solo perchè non avevano nessuno che gli volesse bene.
“Il prossimo 25 settembre sarà la prima commemorazione dopo la sentenza di condanna di chi ti ha strappato la vita. Ma non sono riusciti a cancellarti dal mondo come avrebbero voluto. Non hanno potuto cancellare la tua memoria. Tu sei un ragazzo come tanti. Cancellare te sarebbe stato come cancellare il futuro per tutti. La voglia di crescere di tutti i nostri ragazzi.”
VENERDI’ 25 SETTEMBRE 2009 ORE 21 IN VIA IPPODROMO PRESIDIO PER FEDERICO ALDROVANDI A 4 ANNI DALLA SUA UCCISIONE Alle 18.30 ci sarà una messa commemorativa celebrata da don Domenico Bedin presso la Parrocchia di S. Agostino, in v.le Krasnodar. Dal blog di Patrizia e Lino.
Certo non c’è solo lui, ma il proibizionismo in Italia costa 10 miliardi l’anno tra spese per la repressione (2 miliardi) e mancati introiti fiscali di un mercato legalizzato (8 miliardi).
La ricerca di Marco Rossi, Università La Sapienza, da Fuoriluogo.it:
Recenti contributi teorici sostengono la superiorità degli strumenti fiscali nel contenere il consumo di droghe rispetto all’applicazione di una normativa proibizionista. In Italia il consumo di tabacchi ed alcolici è appunto scoraggiato tramite l’imposizione di una elevata tassazione. Questo lavoro di Marco Rossi dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” stima quale sarebbe stata l’implicazione fiscale per l’erario nazionale se nel periodo 2000-05 il mercato delle droghe fosse stato regolato come quello dei tabacchi. Le stime dello studio suggeriscono un beneficio fiscale annuale di quasi 10 miliardi euro (quasi 60 in totale). In particolare, l’erario risparmierebbe circa 2 miliardi all’anno di spese per l’applicazione della normativa proibizionista (polizia, magistratura, carceri), ed incasserebbe circa 8 miliardi all’anno dalle imposte sulle vendite (5,5 dalla sola cannabis). Il costo fiscale del proibizionismo: una simulazione contabile la ricerca di Marco Rossi scaricabile in formato pdf. Tassare è meglio che proibire, i conti degli economisti. Leggi l’articolo di presentazione di Marco Rossi per la rubrica settimanale di fuoriluogo sul Manifesto.
Recenti contributi teorici sostengono la superiorità degli strumenti fiscali nel contenere il consumo di droghe rispetto all’applicazione di una normativa proibizionista. In Italia il consumo di tabacchi ed alcolici è appunto scoraggiato tramite l’imposizione di una elevata tassazione. Questo lavoro di Marco Rossi dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” stima quale sarebbe stata l’implicazione fiscale per l’erario nazionale se nel periodo 2000-05 il mercato delle droghe fosse stato regolato come quello dei tabacchi. Le stime dello studio suggeriscono un beneficio fiscale annuale di quasi 10 miliardi euro (quasi 60 in totale). In particolare, l’erario risparmierebbe circa 2 miliardi all’anno di spese per l’applicazione della normativa proibizionista (polizia, magistratura, carceri), ed incasserebbe circa 8 miliardi all’anno dalle imposte sulle vendite (5,5 dalla sola cannabis).
Il corpo di F.A., 27 anni, è stato ripescato ieri sera dal fiume Brembo a Ponte San Pietro. Il fratello, con regolare permesso, ha raccontato che la ragazza era disperata. Bergamo, immigrata marocchina si suicida “Era disperata. Non riusciva a regolarizzarsi” BERGAMO – Si è uccisa perché era clandestina e non riusciva a regolarizzarsi, e per questo era caduta in depressione. Il corpo senza vita di F.A., 27 anni, marocchina, è stato ripescato ieri sera dal fiume Brembo a Ponte San Pietro. La donna, notata da alcuni passanti, era sotto il ponte del centro storico, è stato riportato a riva alle 21 circa. E’ stato il fratello Mohamed stamattina a presentarsi ai carabinieri per denunciare la scomparsa della sorella, uscita di casa ieri alle 14. L’uomo, che invece è regolare (come anche i genitori) e vive proprio a Ponte San Pietro, ha raccontato che F. era disperata: era irregolare in Italia, aveva tentato in tutti i modi di regolarizzare la sua posizione ed era terrorizzata dalla scadenza di domani, giorno in cui la clandestinità diventa reato. E questo l’avrebbe portata a uccidersi. Ma gli inquirenti del posto sono scettici: la ragazza, infatti, era in Italia da cinque anni e viveva presso la famiglia. Si pensa quindi che il suicidio sia legato solo a problemi psichici. (Repubblica, 7 agosto 2009)
Il corpo di F.A., 27 anni, è stato ripescato ieri sera dal fiume Brembo a Ponte San Pietro. Il fratello, con regolare permesso, ha raccontato che la ragazza era disperata. Bergamo, immigrata marocchina si suicida “Era disperata. Non riusciva a regolarizzarsi”
BERGAMO – Si è uccisa perché era clandestina e non riusciva a regolarizzarsi, e per questo era caduta in depressione. Il corpo senza vita di F.A., 27 anni, marocchina, è stato ripescato ieri sera dal fiume Brembo a Ponte San Pietro. La donna, notata da alcuni passanti, era sotto il ponte del centro storico, è stato riportato a riva alle 21 circa.
E’ stato il fratello Mohamed stamattina a presentarsi ai carabinieri per denunciare la scomparsa della sorella, uscita di casa ieri alle 14. L’uomo, che invece è regolare (come anche i genitori) e vive proprio a Ponte San Pietro, ha raccontato che F. era disperata: era irregolare in Italia, aveva tentato in tutti i modi di regolarizzare la sua posizione ed era terrorizzata dalla scadenza di domani, giorno in cui la clandestinità diventa reato. E questo l’avrebbe portata a uccidersi.
Ma gli inquirenti del posto sono scettici: la ragazza, infatti, era in Italia da cinque anni e viveva presso la famiglia. Si pensa quindi che il suicidio sia legato solo a problemi psichici.
(Repubblica, 7 agosto 2009)
Gli inquirenti potranno pure essere scettici. In effetti non rischiano di finire in carcere per il solo fatto di non possedere un permesso di soggiorno ed essere cacciati dal paese in cui vive la loro famiglia. F.A. sì, e forse è la prima vittima del pacchetto sicurezza del nostro sinistro governo.
Andare troppo a fondo nell’analisi dell’evoluzione dei reati, però, potrebbe sollevare qualche dubbio. Sul fatto che la sicurezza in Italia costituisca un’emergenza. O almeno: un problema emergente. Nuovo. In fondo, risalendo al 1991, quasi vent’anni fa, si scopre che il peso dei reati è superiore a quello attuale: 4666 per 100mila abitanti, allora; 4520 oggi. In termini percentuali: lo 0,1 in più. Non molto, si dirà. Anche se, quando si tratta di reati, ogni frazione è rilevante. Tuttavia, la verità è che la variazione percentuale dei reati (negli ultimi dieci anni, almeno) ha un andamento ondivago. Ma segna una sostanziale continuità. Dal 4,2% sulla popolazione, nel 1999, si passa al 4,5% di oggi. Una variazione minima. Che, peraltro, conferma l’Italia come uno dei paesi più sicuri – o meno insicuri – d’Europa.
Ilvio Diamanti oggi su Repubblica commenta statistiche dei reati e statistiche dei Tg e conferma ciò che su questo blog si sta dicendo da tempo: i reati sono in calo, ma dal 2007 e i tg ovviamente se ne accorgono giusto ora…
L’Associazione “Verità per Aldro” promuove per venerdì 17 luglio 2009 alle 18.30 presso Melbookstore di Ferrara (piazza Trento e Trieste) la presentazione del fumetto sul “caso Aldrovandi” scritto da Checchino Antonini e Alessio Spataro ed edito da MinimumFax.
Se ne discuterà con gli autori e con la madre e con gli amici di Federico.
Diffondete e partecipate.
Condannati a 3 anni e 6 mesi per omicidio colposo i 4 agenti che il 25 settembre del 2005 fermarono, non si sa ancora perchè, Federico Aldrovandi in via Ippodromo. Ci sono voluti quasi 4 anni, l’allontanamento di un Questore, il cambio di PM, l’intervento di un Sindaco, del Presidente della Camera e vari deputati della scorsa legislatura, ma soprattutto il coraggio di Patrizia e Lino. E con loro la tenacia dei parenti di Federico, degli amici e di tutti coloro che hanno manifestato in questi anni la propria solidarietà alla famiglia e la richiesta di verità e giustizia per la morte di Federico. Fondamentale poi, e va ricordato in questi giorni orribili, il coraggio di una migrante allora in attesa del permesso di soggiorno, Anne Marie Tsegueu unica residente in via Ippodromo a sentire il dovere civico di raccontare ciò che successe quella mattina.
Di Verità su quanto accadde quel giorno ne stiamo ancora cercando, e la parola Giustizia forse non si accosta a questa sentenza. Che è pure una sentenza di primo grado, che sarà sicuramente appellata dagli imputati. Ma chè una sentenza, e vi assicuro che qui, fra le nebbie padane, in pochi pensavano che sarebbe arrivata.
Fra le tante testimonianze mi preme riportare quella di un collega degli imputati, un poliziotto della Digos di Ferrara che oggi ha consegnato alla famiglia Aldrovandi una sua lettera, come riporta estense.com:
L’ispettore Solito: ”Sono solo e certa gente è capace di tutto” Lettera di un poliziotto ad Aldro “Gente che è arrivata a fare quello che ha fatto è capace di tutto”. Sono le parole di un poliziotto. Un poliziotto che parla di altri poliziotti, suoi colleghi con i quali da quasi quattro anni non riesce ormai a convivere più. Sono le parole che Nicola Solito, ispettore della Digos in forza alla questura di Ferrara, ha scritto in una lettera indirizzata a Federico Aldrovandi. Una busta con tre fogli consegnati questa mattina – prima dell’inizio dell’udienza definitiva – a Stefano, il fratello di Federico Aldrovandi, prima di sapere come finirà il processo che vedeva imputati quattro agenti di polizia. Si ricorderà che fu proprio Solito – chiamato dai colleghi per sapere se conosceva il ragazzo deceduto (all’inizio si pensò potesse appartenere ai centri sociali) – a riconoscere il cadavere di Federico in via Ippodromo. E toccò a lui l’ingrato compito di avvisare la famiglia, diverse ore dopo, di quanto era accaduto. Da allora “non c’è notte e giorno che non ti penso – scrive l’ispettore -; ho sempre davanti agli occhi quella tremenda immagine del tuo corpo senza vita. Nonostante il lavoro che faccio, non ci si fa mai l’abitudine a certe scene e con te è stato devastante perché ti conoscevo”. Solito ricorda anche la scena straziante che fu costretto a vivere, proprio lui, amico da anni della famiglia: “Ho davanti agli occhi lo strazio di tuo padre che, inginocchiatosi davanti mi stringeva forte le gambe urlando: “Dimmi che non è vero Nicola… dimmi che è uno dei tuoi scherzi…”. Sarebbe stato uno scherzo troppo crudele. Tante volte quella mattina ho pregato Dio di essere ancora nel mio letto, che quello che stavo vivendo era un brutto sogno. Purtroppo era vero. Con i tuoi genitori abbiamo deciso di non vederci e frequentarci più per motivi di opportunità, perché non volevamo che qualcuno, nel vederci insieme, potesse pensare o credere chissà che cosa. È stata una decisione sofferta ma opportuna. Gli amici si vedono nel momento del bisogno e io non ho potuto stargli accanto”. La lettera continua con un rimprovero implicito a chi intervenne quella notte. “Il tuo, era e doveva essere il più semplice degli interventi – si legge – che una forza di polizia può affrontare e risolvere. Quella mattina potevi essere chiunque, il figlio di chiunque, la persona più onesta o disonesta di questo mondo. Quando ci si trova di fronte a una persona nelle condizioni in cui ti hanno descritto, la prima cosa da fare è chiamare un’autoambulanza con medico al seguito. Nel frattempo si prova a dialogare con chi ti sta di fronte per cercare di calmarlo, di tranquillizzarlo. Se poi è violento o diventa violento ci si allontana, ci si chiude in macchina chiedendo rinforzi. Una volta arrivato il medico, con questi si concorda su come intervenire. Di solito si immobilizza il soggetto e il medico pratica un’iniezione con del calmante. C’era solo questo da fare e nient’altro”. Quello che è invece accaduto “quella mattina e da quella mattina in poi è un incubo – continua Solito -. In tutto quel tempo ho dovuto fare i conti con me stesso e con tutto quello che mi circonda, da una parte l’uomo e dall’altra il poliziotto, perché io ero “l’amico” e per questo ho subito gratuitamente delle minacce, battute e commenti fuori luogo. Quante volte ho dovuto stringere i denti, fare finta di niente, fare finta di non aver sentito”. Solito fu chiamato anche in causa come testimone, nell’ipotesi – rivelatasi poi infondata – che potesse aiutare la ricostruzione dibattimentale. “Sono fatti, eventi che ti segnano – continua la lettera -, ti sconvolgono radicalmente la vita, ti sfiancano, specialmente dopo la mia deposizione, quando qualcuno ti manda a dire: “purtroppo l’onestà non paga mai!”, come se nella vita a un certo punto devi essere obbligato o forzato a fare delle scelte o a schierarti, perché non hanno ancora capito che non si tratta di andare contro il “sistema”, di fare il paladino della situazione”. Una situazione che ha “fiaccato” umore e sentimenti dell’ispettore, che confessa come “si tratta di essere uomini dalla testa ai piedi, perché io la mattina voglio guardarmi allo specchio e, la sera, quando vado a letto, devo e voglio dormire con la coscienza a posto. Son arrivato al punto di non avere più fiducia in nessuno, a non sapere più di chi fidarmi. Ho scelto di continuare a essere onesto e sincero come lo sono sempre stato, a dire spietatamente sempre quello che penso e assumendomi sempre tutte le mie responsabilità”. Assunzione di responsabilità non senza conseguenze, se è vero che “questo mi ha portato ad allontanare inconsciamente e volutamente le persone a cui voglio bene, le persone che amo, per paura che, quanto mi è accaduto e mi sta accadendo, che le mie scelte, possano di riflesso e in qualche modo arrecargli del danno, del male, che possano subire delle rivalse, delle ripicche. Gente che è arrivata a fare quello che ha fatto è capace di tutto”. Solito si è portato tutto questo dentro e ha deciso solo la mattina dell’ultima udienza di confessare in un foglio tutto questo: “questa mattina, per la “sentenza”, come quella maledetta mattina del 25 settembre, sono e mi sento solo e da solo ho deciso di essere al fianco di tuo padre Lino, di tua madre Patrizia, di tuo fratello Stefano. La sentenza, non mi interessa, qualunque essa sia. Da oggi in poi, mi interessa solo tornare a stare al fianco dei tuoi genitori e di Stefano, Perché l’amicizia, come l’amore e come altri e veri nobili sentimenti che non accettano condizioni, non possono e non verranno mai scalfiti da qualsiasi strategia, disgrazia, da qualsiasi evento”. “I tuoi genitori – conclude Solito – sono affamati di verità e giustizia e spero tanto che trovino delle risposte ai loro perché, che trovino un po’ di pace, di tranquillità, perché perdere un figlio è inumano, è contro-natura e come poliziotto ti chiedo perdono per tutto quello che ti hanno fatto. Niente e nessuno potrà riportarti in vita, mi auguro che quanto successo ci serva a migliorare ancora di più, a cambiare il mondo di tutti i giorni, specialmente le coscienze degli uomini che, qualunque cosa essi facciano o dicano, si comportino con umanità, umiltà, coscienza, dignità, lealtà, onestà, rispetto, onore, perché nessuno possa mai più pensare o possa permettersi di dire: “l’onestà non paga mai!”. Sinceramente non so come saranno per me i prossimi giorni, mi auguro e spero di trovare anch’io un po’ di pace, di serenità, di tranquillità, di ritrovare il mio “senso della vita””.
L’ispettore Solito: ”Sono solo e certa gente è capace di tutto”
Lettera di un poliziotto ad Aldro
“Gente che è arrivata a fare quello che ha fatto è capace di tutto”. Sono le parole di un poliziotto. Un poliziotto che parla di altri poliziotti, suoi colleghi con i quali da quasi quattro anni non riesce ormai a convivere più. Sono le parole che Nicola Solito, ispettore della Digos in forza alla questura di Ferrara, ha scritto in una lettera indirizzata a Federico Aldrovandi. Una busta con tre fogli consegnati questa mattina – prima dell’inizio dell’udienza definitiva – a Stefano, il fratello di Federico Aldrovandi, prima di sapere come finirà il processo che vedeva imputati quattro agenti di polizia. Si ricorderà che fu proprio Solito – chiamato dai colleghi per sapere se conosceva il ragazzo deceduto (all’inizio si pensò potesse appartenere ai centri sociali) – a riconoscere il cadavere di Federico in via Ippodromo. E toccò a lui l’ingrato compito di avvisare la famiglia, diverse ore dopo, di quanto era accaduto. Da allora “non c’è notte e giorno che non ti penso – scrive l’ispettore -; ho sempre davanti agli occhi quella tremenda immagine del tuo corpo senza vita. Nonostante il lavoro che faccio, non ci si fa mai l’abitudine a certe scene e con te è stato devastante perché ti conoscevo”. Solito ricorda anche la scena straziante che fu costretto a vivere, proprio lui, amico da anni della famiglia: “Ho davanti agli occhi lo strazio di tuo padre che, inginocchiatosi davanti mi stringeva forte le gambe urlando: “Dimmi che non è vero Nicola… dimmi che è uno dei tuoi scherzi…”. Sarebbe stato uno scherzo troppo crudele. Tante volte quella mattina ho pregato Dio di essere ancora nel mio letto, che quello che stavo vivendo era un brutto sogno. Purtroppo era vero. Con i tuoi genitori abbiamo deciso di non vederci e frequentarci più per motivi di opportunità, perché non volevamo che qualcuno, nel vederci insieme, potesse pensare o credere chissà che cosa. È stata una decisione sofferta ma opportuna. Gli amici si vedono nel momento del bisogno e io non ho potuto stargli accanto”. La lettera continua con un rimprovero implicito a chi intervenne quella notte. “Il tuo, era e doveva essere il più semplice degli interventi – si legge – che una forza di polizia può affrontare e risolvere. Quella mattina potevi essere chiunque, il figlio di chiunque, la persona più onesta o disonesta di questo mondo. Quando ci si trova di fronte a una persona nelle condizioni in cui ti hanno descritto, la prima cosa da fare è chiamare un’autoambulanza con medico al seguito. Nel frattempo si prova a dialogare con chi ti sta di fronte per cercare di calmarlo, di tranquillizzarlo. Se poi è violento o diventa violento ci si allontana, ci si chiude in macchina chiedendo rinforzi. Una volta arrivato il medico, con questi si concorda su come intervenire. Di solito si immobilizza il soggetto e il medico pratica un’iniezione con del calmante. C’era solo questo da fare e nient’altro”. Quello che è invece accaduto “quella mattina e da quella mattina in poi è un incubo – continua Solito -. In tutto quel tempo ho dovuto fare i conti con me stesso e con tutto quello che mi circonda, da una parte l’uomo e dall’altra il poliziotto, perché io ero “l’amico” e per questo ho subito gratuitamente delle minacce, battute e commenti fuori luogo. Quante volte ho dovuto stringere i denti, fare finta di niente, fare finta di non aver sentito”. Solito fu chiamato anche in causa come testimone, nell’ipotesi – rivelatasi poi infondata – che potesse aiutare la ricostruzione dibattimentale. “Sono fatti, eventi che ti segnano – continua la lettera -, ti sconvolgono radicalmente la vita, ti sfiancano, specialmente dopo la mia deposizione, quando qualcuno ti manda a dire: “purtroppo l’onestà non paga mai!”, come se nella vita a un certo punto devi essere obbligato o forzato a fare delle scelte o a schierarti, perché non hanno ancora capito che non si tratta di andare contro il “sistema”, di fare il paladino della situazione”. Una situazione che ha “fiaccato” umore e sentimenti dell’ispettore, che confessa come “si tratta di essere uomini dalla testa ai piedi, perché io la mattina voglio guardarmi allo specchio e, la sera, quando vado a letto, devo e voglio dormire con la coscienza a posto. Son arrivato al punto di non avere più fiducia in nessuno, a non sapere più di chi fidarmi. Ho scelto di continuare a essere onesto e sincero come lo sono sempre stato, a dire spietatamente sempre quello che penso e assumendomi sempre tutte le mie responsabilità”.
Assunzione di responsabilità non senza conseguenze, se è vero che “questo mi ha portato ad allontanare inconsciamente e volutamente le persone a cui voglio bene, le persone che amo, per paura che, quanto mi è accaduto e mi sta accadendo, che le mie scelte, possano di riflesso e in qualche modo arrecargli del danno, del male, che possano subire delle rivalse, delle ripicche. Gente che è arrivata a fare quello che ha fatto è capace di tutto”.
Solito si è portato tutto questo dentro e ha deciso solo la mattina dell’ultima udienza di confessare in un foglio tutto questo: “questa mattina, per la “sentenza”, come quella maledetta mattina del 25 settembre, sono e mi sento solo e da solo ho deciso di essere al fianco di tuo padre Lino, di tua madre Patrizia, di tuo fratello Stefano. La sentenza, non mi interessa, qualunque essa sia. Da oggi in poi, mi interessa solo tornare a stare al fianco dei tuoi genitori e di Stefano, Perché l’amicizia, come l’amore e come altri e veri nobili sentimenti che non accettano condizioni, non possono e non verranno mai scalfiti da qualsiasi strategia, disgrazia, da qualsiasi evento”.
“I tuoi genitori – conclude Solito – sono affamati di verità e giustizia e spero tanto che trovino delle risposte ai loro perché, che trovino un po’ di pace, di tranquillità, perché perdere un figlio è inumano, è contro-natura e come poliziotto ti chiedo perdono per tutto quello che ti hanno fatto. Niente e nessuno potrà riportarti in vita, mi auguro che quanto successo ci serva a migliorare ancora di più, a cambiare il mondo di tutti i giorni, specialmente le coscienze degli uomini che, qualunque cosa essi facciano o dicano, si comportino con umanità, umiltà, coscienza, dignità, lealtà, onestà, rispetto, onore, perché nessuno possa mai più pensare o possa permettersi di dire: “l’onestà non paga mai!”. Sinceramente non so come saranno per me i prossimi giorni, mi auguro e spero di trovare anch’io un po’ di pace, di serenità, di tranquillità, di ritrovare il mio “senso della vita””.