Coca, cannabis e PM10

21 giugno 2010 di Leonardo Fiorentini | 2646 visite | Lascia un commento »

Giorgio Bignami commenta sul blog di Fuoriluogo.it la ricerca dell’Istituto Inquinamento Atmosferico del CNR sulle concentrazioni di sostanze psicotrope nell’aria di molte città italiane.

Almeno Ferrara è stata risparmiata da questa inutile perdita di tempo e di pubblici denari, nella speranza che l’ARPA locale abbia investito in ben altri controlli il suo tempo e le sue risorse…

Un gruppo di ricercatori dell’Istituto Inquinamento Atmosferico del CNR, affiancato da due gruppi universitari e da una compatta falange di Agenzie regionali e provinciali per l’ambiente, ha compiuto nel 2009 una vasta e sofisticata indagine sulle concentrazioni di cocaina e di tre principi attivi della cannabis nell’aria di varie città italiane e di varie zone extraurbane (A. Cecinato et al., Illicit psychotropic substance contents in the air of Italy, “Atmospheric Environment” vol. 44, p. 2358-2353, 2010). Repubblica ha parlato in toni positivi di questa ricerca e in toni allarmistici dei suoi risultati, sia sulle pagine nazionali (16 giugno, p. 20) sia con maggior spazio e risalto sulle pagine locali come quelle emiliane. Ma a guardarli bene, la ricerca e i suoi risultati suscitano non poche perplessità, soprattutto (ma non soltanto) per la notevole sproporzione tra la loro ovvietà e le risorse impegnate. Infatti la Milano invernale, come ci si poteva attendere, batte di due o più lunghezze le altre città e le campagne, con 0,39 nanogrammi di coca per metro cubo – anche per un non consumatore, presumibilmente, una concentrazione paragonabile a una puntura di spillo a fronte delle cannonate degli inquinanti “convenzionali”.

Cioè i dati non aggiungono un gran che a quanto già si sa sulla diffusione della droga, sulla quale si moltiplicano anche nei media i sempre più dettagliati rendiconti (v. per esempio i due maxi-servizi sulla coca a Milano di Sette del Corriere della Sera, 8 aprile e 10 giugno). Insomma, proprio mentre imperversa il più feroce razionamento di risorse per la ricerca, si preferisce impegnarle in studi destinati a fornire risultati che in gergo scientifico si definiscono “futili” – in quanto di rilevanza scarsa o nulla, anche se formalmente affidabili – piuttosto che in studi come quelli dei quali si sente più fortemente la mancanza in un campo come quello delle tossicodipendenze: sugli stili di consumo, sui rapporti tra consumi a rischio e non a rischio, sulle credenze vere e meno vere dei consumatori, sui continui cambiamenti dei setting, ecc.

Quegli studi, appunto, che rischierebbero di essere di intralcio al  proibizionismo talebano oggi dominante.

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